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Politica familiare
La scelta del figlio unico
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Testo
La più efficace e bella controbattuta che diede un credente, a me, miscredente, fu: “cosa c’è di più misterioso e, insieme, grandioso della nascita di un bambino? A chi dobbiamo tale miracolo?
Non solo la nascita, ma l’essere stesso di un bambino, è la cosa più bella dell’esistenza.
però tutte le creature, animate o inanimate, rimandano a ragioni inspiegabili sulla loro origine.
Tutto è in continua formazione e trasformazione, dalla più piccola creatura impercettibile alle più lontane sfere celesti.
Ne prendiamo coscienza, certamente, ma non riusciremo mai a raggiungere la fonte originaria del creato o la sua ragione.
Non ho mai provato la gioia di diventare madre, ma, forse, proprio per questo, amo ogni bambino del mondo, come fosse mio. Sono diventata una ottima educatrice, perché vorrei amare ed insegnare a tutti i bambini del mondo. Forse perché li adoro, non vorrei mai sentirli piangere. Già da giovanissima, mi dicevo: non vorrei mai, per nessuna ragione, che un bambino a cui ho dato la vita possa piangere o soffrire. Mi sentirei sempre io la causa.
Sono volontaria dell’Unicef e scrivo di educazione, perché vorrei che tutti i bambini del mondo diventassero ottimi adulti.
La scuola è importante, ma il fondamento dell’educazione alla vita deriva dall’ambito familiare, il quale si rivela però sempre più inadeguato alle sue molteplici funzioni di supporto e aiuto reciproco, oltre che impreparato a risolvere le incombenti problematiche economico-sociali- e psicologiche.
Non è una questione solo economica, il fatto che diminuiscano le nascite. E’ sempre più difficile e impegnativo portare all’età adulta i figli, tanto più che l’età adulta maggiorenne non è più quella dell’età per votare, ma dell’età per vivere autonomamente o dignitosamente e soddisfacentemente.
L’età dell’autonomia dovrebbe essere quella in cui si riescono a soddisfare i bisogni primari, ma questi corrispondono all’infanzia della civiltà. Oggi, non si può più parlare di bisogni di base, ma occorre prendere coscienza di mete umane e sociali che si spostano sempre più in avanti, che sono sempre più difficili da raggiungere, nonché incerte, con famiglie sempre più impegnate in doveri crescenti e pesi finanziari impellenti.
Forse, si è anche finalmente capito che non è il numero dei figli che conta, ma la loro qualità, le loro performances.
Si è sempre creduto che più fratelli potessero creare un ambiente più educativo o formativo. La psicologia rivela invece che i contrasti tra fratelli possono anche diventare distruttivi.
La gelosia, sia tra fratelli che nei confronti dei genitori sono inevitabili.
Nelle famiglie numerose si vive in continuo clima di competizione, che, se fosse sano, sarebbe sicuramente produttivo, ma le divergenze di carattere e temperamento, che esistono anche tra fratelli, portano a conflitti più distruttivi proprio perché più sentiti, più condivisi, più interiorizzati.
Le famiglie numerose di un tempo mostrano che in ambiti difficili era consueto vedere figli impegnati a favore del gruppo consanguineo, ma in quelle più alto locate erano frequenti le sconfitte, sicuramente a scapito dei membri femminili o degli ultimi nati.
A contrasto di ciò, si argomentava che i figli unici crescessero viziati, egoisti, narcisisti. Poteva anche essere, ma nella civiltà dei social, la vita in comune, anche se virtuale, è allargata. I compagni e gli amici influiscono su tutti, a volte, più dei familiari; le singole azioni interagiscono con una forza moltiplicativa e i pensieri si uniformano.
Riusciamo quindi a vedere ora più obiettivamente i vantaggi del “figlio unico”.
Come diceva un imprenditore di un Paese emergente, a cui veniva rimproverato di non avere il numero di figli che si poteva permettere, rispondeva: “Perché devo dividere ciò che posso dare a mio figlio? …devo dargli tutto ciò che ho e che posso permettermi ….. deve crescere al meglio…. solo così mi posso considerare un buon padre!”
E un discorso che ha un suo valore, anche se ha i suoi limiti.
Fare i genitori è il mestiere più difficile che esista e, comportarsi in modo da seguire e soddisfare diversi temperamenti, se risulta defaticante, appare anche improbo.
In fin dei conti, è l’educazione dell’intera società che occorre rivedere, poiché l’eredità della formazione degli avi o quella dei genitori nei confronti delle nuove generazioni rischia di stonare, di dividere, di sminuire o di allontanare le persone.